FESTIVAL MUSICALE DELLE NAZIONI
2014 - 2015 ARTE DELLA PAROLA

Associazione Culturale
IL TEMPIETTO
+39 348 780 43 14

Associazione culturale
LA PRIMULA
Via della Cisa 1 (Monte Sacro) Roma

Perché gracchiare?
ARTE DELLA PAROLA

TUTTI PARLANO,
MA CONOSCONO DAVVERO L'ARTE, IL MIRACOLO E LA POTENZA DELLA PAROLA?
HANNO VERAMENTE IMPARATO A PARLARE?
 
Espressione artistica della persona nella Parola e nel Linguaggio per una Professione esercitata in modo Solare nei campi Scientifico, Artistico, Spirituale o nei rapporti quotidiani.

Roma - Scuola di Arte della Parola del Tempietto
Si puo' assistere alle lezioni come spettatori prenotandosi al +39 348 780 43 14

ARTE DELLA PAROLA NEL TEATRO, NELLA POESIA E NELLE PROFESSIONI
Dizione Fonetica Recitazione Declamazione Conversazione
Passo, gesto, sguardo

Maggio 2014
ogni lunedì dalle ore 20 alle 22
Giugno - Luglio - Agosto - Settembre 
ogni lunedì dalle ore 10 alle 12

+39 348 780 43 14 - +39 06 4561 5180
     
Un teatro nuovo, una nuova poesia, una nuova danza: riflesso della parola lo sguardo, l’espressione del volto, il gesto e il passo. Negli incontri d’Arte della Parola si impara ad esprimere il Mondo della Fantasia non per se stessi, ma per la gente. Finalmente attori, lampade magiche dell’invisibile, gli allievi (piccoli e grandi) trovano la strada per esprimere e far esprimere i mondi fantastici della realtà in un eterno presente.


Costo: Iscrizione Euro 40 + Euro 120 mensili


Associazione Culturale IL TEMPIETTO
Via delle Egadi, 13b  -  00141 ROMA (Italia)
e-mail: Indirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo
telefono +39 06 4561 5180 - +39 348 780 43 14
fax +39 06 233226360


 

 
VISIONI D'AUTUNNO

VISIONI D'AUTUNNO
di Silvia Ambrosini


DIMORA

Vivo in una capanna di canne di bambú intrecciate. E’ ampia, e ha delle grandi vetrate che si affacciano a Sud: da lí posso osservare il mare e tutte le stagioni. All’ingresso ci sono tre gradini e tutt’intorno palme da cocco. Ad Ovest ho costruito una piccola veranda che guarda il villaggio, che dista solo seicento passi. Ad Est, ho la vista dell’Isola del Corallo e sul lato Nord, i Monti del Guardiano del Vento. Mi nutro di riso al cardamomo, pesce allo zenzero, bevande di frutta e caffé nero. E quando il Cielo si vela di rosa ed il Sole diventa del color dell’oro, sorseggio un liquore forte alle spezie, accompagnato da foglie di tabacco arrotolate. Cosí la mia mente si espande e la vita si fa eterna.

DIPINTO

Una scia di giallo intenso attraversa il mio orizzonte visivo, da sinistra verso destra, dal basso verso l’alto, in diagonale, decisa e rapida. L’azzurro ne macchia all’improvviso il piano retrostante, creandole uno sfondo timido, quasi rugoso e, dalle loro intersezioni, ne nascono delle striature di un verde tenue, che si propagano verso il basso. Raggiunto il fondo, un verde bosco inizia la sua scalata verso l’alto; s’inerpica lungo il margine destro del campo e cresce senza
fretta. L’acqua cristallina bagna il paesaggio verso ovest, dove il sole andrá a dormire. Resto lí per un po’, immobile. Finché una macchiolina rossa non compare tra la vegetazione e si espande, quasi a stiracchiarsi. In un tempo che sembra un’eternitá, il fiore allarga i suoi giovani petali fino a diventare una rosa esuberante. Allora mi avvicino in punta di piedi, per non disturbarne l’essenza, chiudo gli occhi e ne annuso il profumo. Inspiro. Sorrido. Respiro.

 IL TRENO

Nella vita ho sempre perso il treno. Con l’ansia del ritardo, l’incubo di non farcela. Di non fare in tempo a vivere. Ho preso i treni successivi. Nella speranza di riscattare il tempo perduto, con l’ansia ed il desiderio di vederli andare più veloci, la silenziosa preghiera che accelerassero, per arrivare in tempo al mio appuntamento. Ma non accadeva. E allora piangevo dalla rabbia, dal senso d'impotenza. La sensazione che qualcosa di più grande avesse il controllo sul mio libero arbitrio, sulle mie scelte di essere umano. Così a volte mi son fermata volutamente, per dispetto, in segno di protesta. Cosí ho lasciato scorrere tutti i treni, anche quelli dietro di me: che mi oltrepassassero, che scorressero davanti ai miei occhi. Ho preso un treno di ripiego, uno che non era il mio, con il disagio di trovarmi nel posto sbagliato al momento sbagliato. E son rimasta in silenzio, viaggiando con persone dirette da un’altra parte. Qui ho conosciuto la solitudine.

INCANTESIMO

Per anni continuiamo ad incontrarci nello stesso posto. Stessa atmosfera, stesso caffé. E’ come se le cose da dirci non si esaurissero mai, eppure rimaniamo in silenzio. La noia non ci attacca, il tempo non ci consuma, lo spazio non ci separa. I nostri sguardi si incontrano per l’ennesima volta e dopo qualche istante uno dei due sorride. Camminiamo senza parlare, i nostri corpi sanno dove andare, come adeguarsi al percorso dell’altro. Il traffico della cittá é la nostra casa; la folla di persone, il tessuto colorato che ci avvolge. Allora ci salutiamo. Ci prendiamo le mani e ci guardiamo negli occhi finché uno dei due non sorride. E cosí ci separiamo di nuovo, fino alla prossima volta. E la cittá svanisce.

INCONTRO

E’ un giorno di primavera e quando inizio le ricerche é ancora mattino presto. Esco di casa ed attraverso tutta la cittá fino all’altro capo. Percorro chilometri e chilometri. Scelgo bene le strade, attenta a scrutare ogni movimento, ogni volto. Il giorno dopo, ripeto la tiritera. E poi il giorno seguente, ed il giorno dopo ancora, decisa a non arrendermi. Finché una mattina, dopo aver perlustrato le vie del centro e lasciato alle spalle la piazza del mercato dei fiori, i nostri occhi per un istante si incrociano, come sfrecciando al passaggio. E poi svanisci di nuovo.

INTERFERENZA

L’amica di mia nonna abitava in una vecchia palazzina indipendente e nel giardino antistante la casa, giá lussureggiante di fiori, aveva ritagliato uno spazio dove coltivava ortaggi: nell’insieme sembrava una rigogliosa giungla colorata. Io e mia nonna varcammo il cancelletto in ferro battuto, che dava accesso alla proprietá, e l’anziana vedova, giá sulla soglia, ci venne incontro sorridendo. A quel tempo, la palazzina di fine ottocento era ormai l’ultima nel suo genere ad esser rimasta in piedi, e la strada provinciale, che erodeva sempre piú il margine pedonale, scorreva giá rasente il vecchio cancello. Quando mi capita ora di passarci davanti, al posto degli alti edifici, mi sembra ancora di scorgerne la fisionomia multicolore e di intravedere, tra la folta vegetazione, la sagoma dell’anziana donna sorridente mentre ci fa accomodare in cucina.

INTERNO PARIGI

La prima volta che arrivo a Parigi resto incantata ad osservare il via vai di gente, la moltitudine di sguardi colorati che sfreccia, senza tregua, su innumerevoli livelli di superficie. Vago nel sottosuolo come imbambolata, salto sul metró e quando scendo mi ritrovo in un agglomerato di vie e piazze sotterranee, con mappe digitali che ne indicano i percorsi. Mi perdo per i padiglioni di Les Halles, tra vetrine e curiositá; mi fisso ad osservare, con il muso poggiato sulla vetrata giá appannata dall’umiditá delle felci, la gente che nuota nella piscina oltre la serra. Linee metropolitane che si diramano in lungo e in largo, in alto e in basso, fin nelle più remote periferie della città. Stavolta scendo direttamente all’interno del grande magazzino Printemps, senza neanche uscire all’aperto. Salgo ai piani superiori, non so più quanti, fino ad arrivare al luminoso livello sottovetro, dalle finestre decorate e multicolori. Percorro i vialetti alberati, dove gli uccellini svolazzano e cinguettano come fossero in un parco naturale. Mi accomodo a un tavolo e ordino Un café et un croissant. E poi inizio a scrivere.

LA FORTEZZA

Quando arrivo alla Fortezza la trovo deserta. Tutti se ne sono andati da tempo, alle finestre non ci sono piú vetri e del pavimento di legno, andato distrutto tra le fiamme dell’ultima battaglia, non vi é piú traccia. Il destino ha voluto che perdessi tutti i miei compagni di viaggio ed ora sono rimasto solo.
Il fruscio del vento, tra le fronde degli alberi, mi dá il conforto della compagnia, quel senso di familiaritá di cui ho bisogno per non sentirmi perso. Sopraffatto dalla moltitudine di ricordi, che sembra sgorgare da reconditi meandri della memoria come l’acqua da un ruscello, mi avvio lentamente verso l’ingresso a Sud-Ovest. Esitante, mi inoltro nel suo interno: ne riconosco la sala d’ingresso e per un attimo percepisco il vociare e le risa della gente, come durante i giochi d’Inaugurazione della Primavera. Allora mi inginocchio, poggio le mani sulla terra giá umida e le dono il mio pianto; vi poggio la fronte e mi dissolvo in essa.

LUCE

Arrivata al centunesimo piano di una delle due Torri Gemelle, le porte dell’ampio ed elegante ascensore si aprono. Il tragitto, dal pian terreno fin qui, é stato eccezionalmente silenzioso e rapido, tanto da aver avuto l’impressione di esser stata come risucchiata da un gigante stantuffo ammortizzato. Allo spalancarsi delle porte, la luce a trecentosessanta gradi proveniente dalle pareti di vetro tutte intorno, cattura immediatamente la mia attenzione.
All’esterno, il panorama, tra grattacieli e ponti, é un brulicare di attivitá fino a perdita d’occhio. Sulla superficie del mare, lí a sinistra, svetta la Statua della Libertá. Come incantata, mi guardo intorno e ruoto su me stessa svariate volte. All’interno, la caffetteria, coi suoi tavoli e le bevande calde fumanti, ha giá in fila i primi avventori del mattino; mentre, sul lato opposto, dietro il bancone della tavola calda ancora deserta, alcuni inservienti sono giá all’opera con grill e girarrosti. Nell’osservare la scena, involontariamente, uno dei loro volti resta impresso nella mia memoria.

METAMORFOSI

Quando io nacqui era un bellissimo giorno di sole di una calda domenica d’estate, intorno alle undici del mattino. Quando mio padre morí era un bellissimo giorno di sole di una fredda domenica d’inverno, verso le undici del mattino. Furono lacrime di gioia e lacrime di dolore. Le lacrime che il sole asciugó, si trasformarono in goccioline di vapore salate, caddero nel mare e vennero assorbite dai suoi flutti. Le lacrime che il freddo inverno congeló, divennero sottili cristalli di ghiaccio, si depositarono sulla terra e filtrarono in profonditá. Poi, un bel giorno, il mare e la terra si incontrarono e si scambiarono i loro frutti: il mare diede alla terra un po’ delle sue conchiglie argentate, e la terra donó al mare parte dei suoi granelli d’oro.

ORIZZONTE

Ad un certo punto il mare inizia a ritirarsi. Io mi convinco che non puó allontanarsi piú di cosí. E invece dopo qualche ora, non riesco piú a scorgerne neanche la riva: il mare é andato via. Via dalla costa, via dalla terra, ed il colore celestino che vedo in lontananza appartiene ormai solo al cielo. Allora oltrepasso il muretto e mi inoltro su quella che ora é una infinita battigia. La terra é cosí pregna d’acqua da sembrare una spugna viva che respira e gorgoglia. E tutti quei piccoli frutti ch’erano in fondo al mare, affiorano sulla superficie porosa e attirano una miriade di piccoli insetti che danno il via ad una danza. É un’esplosione di vita! Affondo i miei passi nel terreno molle e mi allontano a passeggio per l’orizzonte.

PAESAGGIO SILENZIOSO

E’ una bellissima scatola di ceramica laccata di bianco e di forma cilindrica. Sulla sua superficie vi é disegnata una storia a colori: ci sono dei cavalli al galoppo con tanto di cavalieri, i quali, a loro volta, sono preceduti dai loro cani da caccia; il paesaggio é quieto e verdeggiante; anche il galoppo é silenzioso ed i cani non sembrano intenzionati ad abbaiare. La spirale di erba verde sul coperchio, forma alberi ad ogni curva, ed alla fine giunge ad una casa. E’ una di quelle case che sognano i bambini, con il tetto spiovente e le finestre che sorridono. La porta d’ingresso ti dá l’idea di entrare in un rifugio sicuro, certo di poterti addormentare fra morbidi sogni. Tiro su il coperchio e all’interno trovo dei sassi, sette per la precisione, ognuno con il suo passato, la sua provenienza, la sua forma, la sua misura. La loro diversitá ne enfatizza la bellezza. Sul fondo, la polvere erosa di ogni sassolino, ha formato una sottilissima sabbia multicolore.

RIFUGIO

A volte mi ritrovo in una stanza senza sapere come ci sono finita. E’ sempre sera ed il camino é sempre acceso; é vivace e scoppiettante e crea la giusta penombra. Gran parte delle pareti della stanza sono di un legno stagionato color ciliegio. Le stoffe che rivestono l’ambiente hanno colori caldi, dal rosso carminio al blu oceano; ci sono quadri alle pareti e piccoli accessori sparsi qua e lá. Mi siedo sul tappeto, davanti al camino, e sento le guance scaldarsi al guizzare delle fiamme. Le finestre sono chiuse e le tende sono tirate. Allora mi siedo sul divano e mi metto comoda. “Qui sono al sicuro,” mi dico. Cosí mi sdraio e mi avvolgo nella soffice coperta di lana color crema. E finalmente mi addormento.

SGUARDI

Un giorno, mentre salgo i gradini del portone, un piccolo oggetto scuro, ai miei piedi, cattura la mia attenzione. Allora mi chino per osservarlo meglio e mi accorgo che l’oggetto si muove. Lo scruto con attenzione ed inizio a distinguerne una specie di muso, due occhietti e una minuscola bocca. Mentre confusa arretro di poco, passo mentalmente in rassegna la mia limitata conoscenza del regno animale, finché non arrivo alla voce “pipistrello”. Strabuzzo gli occhi e penso con un involontario senso di repulsione: “E che cifa un minuscolo pipistrello davanti al mio portone?” Ma non appena i nostri sguardi si incontrano, il pipistrello mi dice: “Guarda che non sono poi cosí raccapricciante!” Allora lo osservo bene e noto il suo musetto di cucciolo. Cosí lo prendo su delicatamente ed insieme entriamo in casa.

SOFFIO DI VENTO

Le colonne sono cosí imponenti che m’incutono timore. Testimoni di un’era lontana si stagliano contro il cielo di un azzurro impeccabile. Ci giro intorno ed inclino il collo all’indietro per raggiungerne la cima con un solo sguardo. Socchiudo gli occhi per proteggerli dal sole abbagliante e m’immergo nell’ascolto. Per prime, arrivarono le api. Non le vedo perché, nel frattempo, ho chiuso gli occhi; ma ne riconosco l’inconfondibile ronzío. E la cicala! E’ cosí ben mimetizzata nel sottofondo sonoro che mi era sfuggita. E alla fine arriva il Vento. Non quel vento che va a scarmigliare le chiome degli alberi o a solleticare l’esuberanza dei cespugli. No, non é quel vento lí. E’ quel vento che, insinuandosi tra le maestose colonne, é giunto fin qui per rivelarmi la storia del passato.

 
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