FESTIVAL MUSICALE DELLE NAZIONI
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Migrazioni Spirituali
di Alberto Avezzù

Volevi una certezza e io da te risposta. Così ti segno a  maggio casa e l’abitar di te quell’infinito senso che ora sei, discopro ed è lo stesso per entrambi. A noi che sai brucia illusione, ora di essa a tutelare siamo, e questo tempo ci consola e ara ancor più intenso di quel pensar che ad esso si rivolge e più non teme. A noi, che vuoto non pronuncia l’esistente ma l’accantona, che luce poi si colma, davanti a tanto immenso, ora si apre. Il tempo, sì, o la sua morte, e credo che tu sappia ciò che intendo, questo ritrarsi, l’avverso, la ruggine sul ferro, o quell’infanzia dei tuoi occhi sul pontile a dirmi io come donna so del corpo. Come con te mai sono si solo, che vivo tra le cose con tale fedeltà, che mai, se è nulla, è lì; oppur tra questi scritti dove mi dico ciò che sei e il volto, e al ritrovar m’attendo o al tuo ritorno. Al comparire tuo come al capire, senza più dubbio, il rischio ancora o solo quel sapere, quel che nel cuore è stato e qui s’affiora.

Così, perde di senso il luogo, puoi dirlo ovunque. Altro distinguo lì che chiamo mondo e che s'annoda. Le fonti del mio segno; a costruzione d'arco immobilizza tutto un'unica costanza: di tante pietre l'essenziale, a consentir passaggio.
L'avresti immaginata senza spoglia simile porta? E si contiene a me che credo, solo quel raggio misurato, dove l'opposto del colore è linea che s'incurva a ricercar di sé il proprio inizio.
E quel cambiar di nube, bianco d'oceano, o del tramonto il colpo che in luce ha eco, oppure il blu profondo, vive.

E del corroso ne fa sabbia su cui s'arenano conchiglie splendenti.

Quanto lontano sei pensando alla poesia da ciò che in vero accade e si connota e usa sua figura come se partorisse figlia ed ogni doglia poi non dice. Che alberga il cuor tanta distanza come se fossi d'altro lato, si pur esistente eppure muta, si pur presente eppure sconosciuta.
E non so più del ritmo, forse rinnego, non è una danza pare o scorrere dell'acqua, che sai, usiam parole perché non percepiamo, se così fosse amor sarebbe entrambi.
Tale è quell'arco che poi s'inventa di costola più dura un unico ricordo, sotto del quale, passan tutti. Tanto che sì, puoi far di meglio, spingerlo ad alto estremo concepire, farne finestra su di un muro e consentire allora che sol del Sol, passi sua luce.

 Quanta sincerità sei pronto a dare in questa arena al suono di fanfare? Il chiaro bruno della sabbia, lento il torneo ed i cavalli in briglia. La folla che ti guarda e tu presenti la muleta, la tua stoffa. Gesti si antichi, come dipinti in un affresco ora riprendon senso. E’ L’Argentina, il tango, come un passar di sfumature se intendi. Non t’arrestare al prima sguardo: qui solo tu conosci qual dell’istinto è il dominare. Adesso sì, s’apre il cancello. Lo ripeto. Tutto è silenzio e non c’è voce alcuna. Perché si compie tutto? Un cuore innamorato del coraggio, sul campo giallo, un infuriar di lotta di galee, la riconquista a Roncisvalle, un’armatura. Scegli se puoi la tenerezza e ama con quella il tuo nemico. Che vorrà dir con tanto? Dato ti è di sceglier le parole. Ognuna d’esse è scrigno. I due diventan uno, muover si fanno, un abbassar del capo, un roteare, un esser fermi a fronteggiare e quel saper che non c’è tecnica che valga. Altro t’affiora quando decidi il tempo e non l’inganno, lì si può dire hai già perduto. Io provo a suggerire: sia l’anima, la sua, la tua compagna. Quanto di quegli occhi hai visto. E a quel che vedi lì nel campo poi, quel profilar di morte, distogli il senso alla vittoria. Verranno con le corde a trascinarlo e d’obbligo sarà allora il ringraziare, il dedicar dell’empito la forza. Solo solleva un loto il Buddha: è tutto. E’ ora. Risuona la campana. Lo scalpitar già scuote e poi, s’affaccia, e tu sei lì a pieno nel silenzio: solo t’ascolti il cuore.

Mani e dall’altra parte i piedi nelle scarpe. Rimangono nascosti, come se fosse vedovanza. Eppure andiamo ed il confine tocca il mondo. L’estremità di questa pelle. Diverso il tatto come se lì si percepisse del scendere o salire la fatica. Subitamente m’appare il segno d’una metafora già nota: l’inascoltato segno della scala o della ruga del terreno. E vado, cammino, nel pensare a me stesso. Quanti l’han fatto. Sono invenzioni le mani quando i piedi hanno bisogno di saio e dolgono. Sostengono e proseguono: la simmetria d’un cerchio in ciò che si raggiunge e in ciò per cui si fa ritorno. E’ l’umiltà d’una scena prima del suo misterioso apparire: solo mondati o scossi da ogni polvere. Ora non più: troppo prese le mani. Sono essi che si presentano gemelli in solitudine, quando alle prime s’offre il mondo, subitamente ancora. Nell’afferrare, a combinare, nella cura o nell’estendersi, eppure il piede procede solamente e sulla falce della Luna rafferma la purezza. Un compito impossibile, lì senza ferita o spina alcuna. Dimenticando il gesto come si fosse ad attestare il tempo su di un tempo scandito da quel semplice passo. Che certamente è altro. E prima, solamente ali, quelle d’un messaggero divino, attento ad un pensiero, involato, del quale non si da misurare destrezza. Mani che tolgono e danno, piedi che fermano soltanto appoggio, segno ritengo ormai del nostro scordar la Terra: che sulle prime si leggono le righe d’un destino, a palmo aperto, sugli altri si misura d’un assoluto la funzione, l’essere desti, poggianti su se stessi.  Non son forse anch’essi nel passo a fare da bilancia: la meraviglia è Danza che di questo si fa arte. Stupisco ancora. La rivedo. E penso al primo d’ogni gioco, la corsa senza fiato. Si, che restar sui piedi è il prologo di vita. Si nasce ancora nel gesto più completo. Diritti nel mondo ci si sposta. Andar diventa e si trasforma in fare. Solo direi, è misteriosa la Natura. Le mani sanno il dono, il piede di quel viaggio compiuto per amore. Solo direi che ancora non mi sovviene ora, dove mi poggio; ne sento impressione e sotto il tallone il peso. Tutto il pensiero si solleva, nell’anima procede, son passi ognuno dei ricordi, l’anticipo del tempo, il suo fermar attento. E si decide poi, poi si riprende a camminare, penso a me stesso nell’andare.

Di voce in voce. Non v’è mercato sai, anzi tutt’altro. Tu tenta di capire il combinar delle parole. Io sono qui, seduto, una soffitta intorno, a lume di candela, davanti al Primo Libro per sentirmi infine giusto davanti a Te. Di certo sei la Prima, ma devo pur dirlo: forse acerbo in Primavera l’albicocco attende maggio per fiorire e intanto sogna, abbiam così scordato quanto si dava, così spiccando rami in meraviglia. T’ho attesa fin d’allora e mai mi sei mancata. Come il cibo. Solo il mio cuore ha digiunato. E questo perché sei. Il resto se ne è andato. Dall’abbaino sondavo le mie stelle e non osavo dirlo che a me stesso ma sono stato conquistato ad esse, alto con gli occhi, spinto lassù dove non esiste egoità a domandarmi il quando e il come. Il suono che noi siamo, ricomposto, ma tu non sei che in me: il lume della luce, quel Libro, ad ascoltare in esso l’alba, il ritrovarti assente che ancora mi ferisce, il Fiore nel vaso di riflettente Argento, la notte per essere ricomposto. Ho scelto di studiare, di pronunciar parole, lodare e ricoprirmi al velo, d’esser parte per te di solitudine il respiro. E sai ancora mi distraggo al Pane, che m’abbandono distogliendo e mi frantumo offrendo al quotidiano il mio servizio, quand’ecco solo d’Esso tu sei parte. Che compito del libro è di percorrere stazione fin dall’Inizio. Il chiederti disegno, l’intinto inchiostro della vita, che mi ritrovo allora a volgermi in scintille e in vento. Ad ogni Donna è dato. Coprendo gli occhi questa volta, ed è mio sogno e tu, a tua volta sali. Aspetto che tu mi riconosca in pace silenzioso come quando si poggiano le mani in segno fra le pagine. Ad occhi chiusi. Solo pensando. Alle parole.

Ho parlato del Maestro e niente m’ha sorretto. Poggiato in me stesso ad ascoltare solamente quel che avveniva. Il suo silenzio in primo. Altro non occorreva invero. Non c’è ricordo che passasse allora, pensavo a una corteccia, non alla foglia che ne è figlia, non tanto alle radici che sempre mi sono apparse in lavorio. Intrise nel terreno hanno la loro parte. Ma è ben dura la terra qualche volta, tu mi comprendi. Pensavo alla corteccia. Come di tutto sia l’immobile che l’occhio non percepisce mai. Oppure colta, pur anche incisa, s’è dediti al tempo nello strazio di un chiodo che rimarrà per sempre. Il vano segno d’un qualunque amore che la renda più prossima e leggera. Avevo finalmente specchio, la mia lezione d’oggi. Semplicemente era e perdurava e quanto immisurabile si dava al resto. Mai d’essa avrei scoperto l’incedere pressante verso il fuori. D’arbusto a piena scorza ad albero. Avrei voluto che il Maestro mi desse voce allora, avrei voluto dire che il tempo ci trasforma e che si giunge a non temere gli anni: il nostro dire come corteccia che più non ci riguarda, degno soltanto di divenire ciò che all’esterno si manifesta. Così in quanto ci circonda. Il resto è ricoperto e seppur ha vita, non si vede, scorre lontano nella linfa: è bene che sia luce a confermare d’un apice la cura, da noi non riusciremmo. E sono i morti o i vivi, lasciato il fiume, percorsa la collina: sappiamo in corpo d’ogni passata scure. Chiesi a me stesso, al Maestro di dire una parola, pregavo d’essere fermo, avvolger tutto, restare all’acqua, al sole alla tempesta inascoltato eppur presente. Accolto dalla terra e pur proteso. Niente mi riguardava più se non quel briciolo di legno che cresceva dentro di me a segno della croce. Perché dicevo nel sacrificio pur lì si dona e non importa dire ma solo far che esso sia, infine sia. Temevo la stanchezza e rinunciavo e l’Uomo via più appariva prossimo. Il Maestro disse: il bosco, e disse: l’edera verde e il vischio per la cura, come in segreto, d’un veleno che mai si muta; farò miracolo per te. E niente m’ha sorretto. Allora mi sono trasformato: son diventato albero, son diventato bosco, ed erba in prateria, selvatica rosa, tulipano. Ed ho semplicemente atteso. Che tutto mi si manifestasse intorno, come corteccia a reggere un destino, quello che molti chiaman vita. Il suo silenzio infine. Me stesso in quell’incontro ad un inizio nuovo. Soltanto un seme. Ero, divengo e sono. 

Avrei voluto continuare ad addensarmi nella quiete presenza del tuo sincero dire. Così senza trasporto, simile a nube che crea da sé il bianco in cui declina il Cielo. Semplicemente ancor prima d’un sonno che mai avemmo insieme. Tu m’accogliesti all’improvviso quando i tuoi occhi s’eran piegati a un compito minimo e lieve. Mai distratti da ciò che ti portavo in cambio. Tutto sembrava accader per caso, lo strano nome, la visione, il doppio impossibile del noto, l’immagine d’un volto d’angelo nel buio del mio cuore, quell’accettar che si chiudesse il tuo, gemmare di speranza nella gioia: la dracma ritrovata; il dono dell’anello che solo altrove poi m’apprese. Il tuo deporre veste ed esser nube, tu ora, nel mio cielo. Avrei atteso gioendo anch’io del tuo vagare, quel del passato che andavi raccontando, il gesto che mai mi s’era offerto alla presenza di chi venuto da lontano, ti visitava. E’ in quello che riconobbi onore e sono stato rondine in spirito, nel tuo. Sciogliesti la tenda alla finestra, l’intimità d’un solo lungo racconto che non mi desti il tempo di narrare: non importava più. Era soltanto l’alito nel coro di quei giorni, l’un’unica voce che ora m’è rimasta. Come un pensare in cui si sovveniva il tempo. Stendevi la tovaglia sull’altare ma era d’un tempio sconosciuto, sapevi allora senza sapere o senza dire cosa di esso si presentasse di contro ad uno sfregio. Tutto il dolore. L’aver prescelto il Graal solo perché avevi visto le mie mani. Lo dico per me stesso: due volte si ritrova. Nulla si perde nel nostro immaginare. La tavola che candida hai posto per i figli o storie d’uomini che t’hanno abbandonata, mai dette nell’offerta, perché non si può spegnere quel fuoco. Tutto confermi e tacci. Avevi in me il tuo quaderno, un giorno dopo il giorno. Un segreto, l’appartenenza all’accadere, che quando tutto del mondo ti passava accanto sapevi già, e infine ponesti la domanda. Avrei dovuto esser io. Io. Quel Re che vulnerato ha più di verità, di quanto tu non creda, lì messo alla custodia, ponendo profondo il suo confine su quanto non comprendesti mai. Esser l’eroe o il ladrone che travagliava la passione. Sappi però che mai nessuno ha spento ciò che hai dato. Passa la lancia di Longino nel mio cuore spento, lo strale nel suo fiore, insieme. Solo a chi sa, il comprendere ora dei due l’unione. Nascosta eppur presente in queste mie parole, tu sei e siamo, come la luce chiara del creato, l’infinità di quanto è nostro. E ci appartiene.

Le montagne di Giotto non esistono. Nel quadro si fa idea così come accade per il resto. Non puoi chiamarla fantasia, puoi sol far si che ammirazione si trasformi in tempo. Lo stesso avviene nell’Oriente dove la luce si nasce dall’Icona. Puoi scegliere ma non t’è dato risvegliarti. E’ differente, ma non più complicato. Attingere alla calma dell’immobile che dice. E la figura piega se stessa nel sentire che finalmente non ha bisogno di respiro. E similmente in quello ti trasformi e percepisci perché nel soffio ci sia vita. Da un cumulo d’argilla. Potresti allontanar nel cosmo di quanto t’è più prossimo l’appartenenza d’ognuno dei pensieri e dir di essi è mio, ma l’arte ti ricorda, altro miglior di te l’ha fatto e più non hai motivo e torni e scegli. Impari nel vedere e s’aprono i tuoi occhi a quel colore e impari perché ci siano soltanto consonanti e tutto attenda una vocale. Solo così tra spettatore e suono nasce armonia. Ti può servir d’esempio. Ma tanta è la saggezza in questo che non oso neppur dirla a me stesso. Hai Verbo. E vedi. Ogni movenza, o gesto, o tutto quel ch’è stato. Dire di te al pensiero, sondarne quel mistero. Si svelino il senso del creare, o del gioire, o del perfetto il risonare, tutto v’è in esso. E t’accompagno: ne nasce un mare e la sua stella, e infine avrai silenzio. Se sei capace di riguardar quei monti e quanto su di essi sorge, la luce che si spande, il tramontar dell’ala al vento, d’ogni color la pace, saprai perché son nudi, così come se fosser schegge. Lo stesso avviene in noi.  Quando pensiamo. Puoi sol far sì che occhio veda e suono sia. E puoi chiamarla allora davvero fantasia. Che si trasformi in tempo. E sia.

Rimane un apice. Forse non sono in molti oggi a conoscere la vita di Nicolas Flamel. E’ che bisogna scriverne con la mente prima che con la penna. Assumer la sua Arca figurata prima che si svapori di fronte alla modernità di cui misura tutto l’errore. E’ una questione d’elezione ma non si può confonder privilegio ad esso. Nulla, ti sembra dire, resta nascosto a chi sappia ancora venerare. Anch’egli trovò Libro, di questo s’è già detto, ma v’erano solo le pitture. Chi le userebbe ancora? Che tutto si rilega a fumo, a inconcludente rebus, a quanto si confina perché nell’oggi non può di certo avere posto. Che vanità! La nostra intendo, dalla corona un po’ sbilenca di cartone. Siam noi che in giovinezza ci perdemmo alle sue carte e pur sperimentando una diversa chimica riuscimmo a mantenerne il suo segreto. E prima di capire, la Galizia. Così egli dice del suo peregrinare. E la sua sposa, il suo mestiere di scrivano e l’Opera di Dio. Ma ben s’intende ch’egli si riservava ad una sua ecclesia che ben sondava oltrepassandone dell’immediato il senso: nell’Atanor vedeva. E diligente scrisse storia , filosofia, grammatica. Resuscitando col mutarsi alla materia. Non v’è neppure orgoglio. Giusto si sappia il testimone. Può oggi sentirsi la tensione di tutto l’oro falso che si fonde, si costruisce a mondo, s’ha l’impressione e il duro istinto. Ci s’aggiorna. Dov’altro siamo? E quanti poi son quelli che prendono in rapina l’ordine antico pensando con pergamena e stella di fascinar se stessi. Flamel ne avrebbe riso. Nel quieto di se stesso ha rifiutato gli uni e agli altri ben chiuso ha le sue porte. Non ha cambiato nome, detto ne ha, soltanto l’acuto senso di pensiero, la sua compagna che ritrae azzurra, quell’iride che a mezzo si dimostra prima del Bianco e del Leone. Solo da lì ne ha fatto Scuola. A ben sapere che conta l’Accademia? Poi, quanti l’han seguito? Che tutto è a togliere: non è nel rigoglio delle parole, son solo per confondere chi non è degno. Qui te ne basti una: il Nome. Avresti poi pensato all’impossibile come se fosse solo evocazione. Avresti poi pensato al labirinto, al gioco degli specchi, ad un immaginare che pare mai aver posa. Difficile risulta qui spiegare che l’alchimista ritrae soltanto quanto nell’anima compare e giura sul silenzio: per quanto possa il paradosso dice il vero, come il lavar con l’antimonio il Sale, la cenere del Sole, lo zolfo dal cristallo trasparente come non è in natura. E allora lunga si protrae l’attesa, di mille operazioni non ve ne è una che non sia la stessa. Ti manca solo da scoprire il fuoco, ma puoi guardare nel tuo cuore e domandare di solver il dolore: la Pietra che compare finché si possa infine trasmutare.

L’orologiaio piegato sul suo banco con la lente. Questo è un mestiere ossuto che vuole la sua logica. Seguir che incastri il meccanismo e muovano le molle. Tutto ridotto a battito, a sincronia di ruota, a dente. Nel contrappeso di quel ferro poi domandiamo appuntamento. Siam pronti ad aspettare il tocco per uscire. Smetter di lavorare, che suoni la campana. Ne abbiamo fatto cifra da coglier con lo sguardo; talmente subitaneo resta il saper che manca, da calcolar noi stessi sul quadrante: la clessidra, la sabbia dell’Egitto, il Nilo. La regola del mondo il tempo, forse il denaro. Poi vedo i pescatori chinarsi sulla barca, contare nei canestri il pesce, fermarsi ad aggiustare reti e con la pece indurre il legno, proceder alla sartia e tenderla con nodo. Fin che non è, si può soltanto continuare, serve da viver e da mangiare il mare. Per questo li ha chiamati. E’ come meridiana Altra misura al sole l’ombra, quella linea che libertà disegna al muro, il volgersi a soggetto, saper che un’altra Arte ne calcola l’ingresso: il Cielo. E Luna non ha parte se non per il segreto che si racconta nel suo traslare a mese, contar dei giorni in ciò che volge e si dilegua, il muovere fiducia a madre. E’ Palestina, la vasca di Siloe, lo scorrer del Giordano. Ch’Ei domandò dei suoi. Il tempo che stava per scadere, l’inizio che altro aveva preceduto: i giorni che non si sanno più, il lento fabbricare, e l’attardarsi a contemplar armenti, quel ch’Egli apprese entrando dall’eterno al tempo.  Di tutto ciò che è stato noi manteniam ricordo. Siam come ad una porta, pronti a passare sapendoci immortali, a rivenire se occorra, ad esser nominati nel giudizio, ad incontrare altri dove è si ferma il sonno e s’alza nel mattino l’alba. E del mio tempo ne volgo a misurar l’esempio, e che s’impieghi nel creare, nel dire del suo scandir silente il senso del mio cuore. Esser del tutto parte come a sfuggir dell’attimo la presa. Che sai, lo vedi, altro sussegue e dona a compimento. Adesso. E poi ancora. Ciò che non dura è finto.

Scolpire più di tutto, render l’inerte margine un centro per chi vede. Saper tradurre in luogo, dell’eco che richiama, la rigidezza d’una storia. A lungo meditare dove colpire ora concesso da maestria, che non ammette errore, come all’intaglio del bulino che replica non ha davanti al fatto dello spreco . Meglio è tacere , tastar la ruvidezza dell’intaglio. Udir soltanto il colpo, l’assiduo fronteggiar quel sasso. Di cattedrale ha forma e participio: essendo. Era destino stesso a consentir l’esterno, il dentro viveva di sua luce. Di parti l’assemblea al sacrificio. Odi parola e ritmo, la rapsodia che muta quel basalto in ciò che racchiudeva, visto in idea per primo, poi posta sul portale dominato dal rosso fuoco della rosa. Il risuonar che scava, smarrisce a sé l’essenza e l’evocare. Dilunga quel suo dire nel pensare, più non lo stringe a rivelare. Più non è dato il concepire, un altro dire dal normale. Solo scolpire a giorno potrebbe rinvenire, resuscitare. Lo scoprire. E’ il rito che ti spetta, fuor di paura o laccio, un solo colpo a far sbalzare t’è dato di scolpire e d’imparare che nulla che tu fai andrà perduto, resta pur lì impresso a timbro. A segno d’un destino. Comune nel cantiere cantare e bere, ma poi tornare a venerare della profondità il sapere, l’opera svolta e il suo ridire: non m’appartiene. Solo così si deve fare.

Radio on air: comincia col mormorio d’una carezza il passo più leggero e io, che raccoglievo messe nella terra degli ulivi. Domando a me che ho fatto: semplicemente t’ho mostrato i quadri più belli appesi alla parete. E mi disegno dal primo al successivo storia. Quello di te che avevo domandato, così vedendo in esso quel che quell’unico segnava a mancamento. Solo pudore. Malinconia se fosse. Volger di sguardo al reclinare d’un tramonto. Io lo conservo ancora ed è mistero. E’ fatto a goccia, una sorgente dove trapassan a segno di bandiera, le giare per le nozze. Sì, che seppure son passati anni, s’incontra lo stupore ad ogni abbraccio, è come dirsi ti riconosco infine, vorrei soltanto rivederti prima ancora che tu vada. Ecco di te quel che rimane. E’ solamente tutto: e in me, me stesso rivedo in quella casa, l’angolo angusto, le piante che spostavi, il lungo banco, la compagnia d’un filo, l’isola di quel luogo ch’era dovunque alla misura, il visitar di Sinagoga. E dopo il ponte, il passar porta per entrare e l’architrave, il pozzo, la tua bellezza più integra e matura, le lotte già passate, il correre d’un treno. E m’ascoltavi, chiedendo a tutto se fosse davver vero, la parte che infine ritrovavi, la fine del percorrere mai stanco, il credere assoluto. E seppi ancora dopo tanto che sceglier non ci è dato, altro s’avviene, che altro si dimostra come afferrati da una forza che altèra si dispiega, e non provien dall’uomo, ma solo a lui si svela. E l’acqua che si tramuta in vino, il bacio. La mensola del the, l’amica, le chiacchere dei cani, il suono del flamenco, la Cordova dell’Anima, l’Alambra e la fontana. Se devo dire è questo. L’unico istante che sia vero. Un ritmo mai sopito, un infinito addio, il buio all’improvviso. Ora che posso spiego: è identico il motivo, dentro di sé avere il fuoco più soave, il più volgente sguardo a conficcare qui, come perdono.  E penso che tu dal fondo dei tuoi occhi sai l’incantar più dolce. E m’ascoltavi un lungo disegnare di parole, il tuo venir e il pianto, il dire la mia vita solo di questo è fatta. E’ dignità. Ora che aspetto del segno quel tuo dire, vorrei che tu mi fossi sempre. Nulla di te conosco dopo tanto. Il sogno che tu sia come ad allora: un quieto ondeggiar del campo, un fremito, un aspettar momento. Pur anche fosse per l’eterno, il rincontrarsi ancora: il dire a fine, in me s’è appena cominciato.

Trovar nel meditare la ragione, sedersi senza e ritrovar parola, attendere di questa la prigione, come di stirpe in stirpe un inesausto stare che si somma e costringe un ispirato senso al suo mancare. Come si fosse al raccontare, di figlio in figlio nel rito a consumare, il rapportare e ognuno d’essi far risuonare. Riprenderlo a canzone, tanto a vibrar di vocazione. Le anime siglate, le cinque parti scelte, l’antico domandare. Il profondersi in ciò che può mancare: il numerare, il suo sommare. Partir dal cuore e ripensare: io credo vi sia asse tra quel narrare e il volgere di nebbie al mare, la verde terra, il suo voler restare elementare. E’ pronunciare. E’ far che sì, si sgorghi la Presenza, e andare oltre allo scordare. E’ l’attestare. Vola con me ti dice, apri la mano, sogna. Son isole nel tempo, ma nel trattar dell’una dovrei dimenticare. Trovar nel meditare la ragione, percorrerla per sempre fino a sentir in essa la bruma che scompare, l’arco del cielo, il suo cantare. Quel che nel libro è scritto dall’altro lato si volge e si rivolge a scoglio, e di marea la spuma. Il cerchio a pietra a chieder segno a nubi, Il suo ben saldo permanere a enigma. Il bardo ch’ammaestrava, l’erica al campo, il glauco d’un piovigginar sottile. Qui s’è sognato quanto dall’altra parte v’accadeva e tanta v’è distanza che non ammette il vero: la nascita del Sole. Ma son convinto, son stirpi a sciame, l’esser approdo è tradizione, la promessa. Vorrei trovar nel meditare la prigione: ne annulla il senso e il percepire che più profondo scava, infine trova sua ragione. Segui dell’anima la traccia, compi per me traslare, quel che non ha dell’argine la cura, infine puoi trovare: sono memorie, in questo d’esser parti d’un tutto a universale. Solo così portava ad accadere. Son tanti i luoghi della Terra, scegli per me quest’ultimi. Che nitidezza appare. Ferma pensar al volgere di sera. Ricorda il mio tornare. Come se in fiaba si dicesse al ritmo e allo spostar di senso il vero. Il raccontar agli esseri più piccoli la storia nella notte al limitar d’una foresta la storia intendo per lor traslata d’un Gesù che nasce al grembo di una Immacolata. Il lor stupir segreto e vivo. Sprizzar di gioia nel sapere, balzar di fate a quell’annunci. E trasportati a conservar vivezza e sempre a tramandar canzone. Trovar nel meditare, la ragione.

Anima che scopre il limite assegnato, dell’incarnarsi il visitar terreno, il buono senza scambio, il lavorar per donazione, il confidar in sé soltanto: il maturar più lento e acconcio per ognuno. Seguire storia, far di poesia una meta, e riposare in seno a quel divino che mai ti perde o ti smarrisce. Quando sei stanco. Che sembra d’aver già visto tanto, e di poter tu emettere giudizi, come nel Tempio a caccia di mercanti. E ripassar su questo e trattenere,veder soltanto e altrove, credere e fare, sceglier solo quanto ti nutre e ti ristora. La puoi chiamare fedeltà. Saper di revulsione o affinità, il gioco dell’alterno che scombina. L’immediatezza più comune, che puoi trattar da istinto. Ha tutti i gradi dello spettro. Lo sdegno, il rifiutarsi, il dirsi son migliore, l’ammantarsi. Ciò che divide e gioca. La sicurezza o l’ebrietà, l’oscura notte o la pietà. La garanzia d’un gergo che accomuna: un sillogismo stanco il branco. Anima che scopre il limite assegnato, il razionale e l’evidente, il dire a sé io sento: il mondo è fatto di materia, di dura convulsione doglia, la morte che non scopro se non a fine della tela, lo sperperarsi della fede, l’accecarsi. Sono deserti: sì l’assestarsi, la sete, l’esister mascherato, l’inganno più celato. Vorrei che fossimo migliori, senza bastone per il viaggio. Saper di noi ogni distanza eppure superare. Quieto rimango ad aspettare  di quel voltar il foglio, un altro giorno passa. Che la sapienza ha posto per ciascuno, e s’anima di vento, pur non t’aspetti e pur ti dice. Crea solamente. Per l’Anima che scopre il sonno ed il suo sogno, da veglio ti risveglia a meraviglia di una stella. Non pur questo che si deve ricordare?

A entrambi cosa sarebbe servito se non un altro immaginare. Avrebbe occorso la lentezza, l’incrociarsi di un altro definire, di quel patire l’ansia la nullità. Del disgiungersi, del suo spostarsi, il riconsiderare di noi la vera trama: ad ogni tuo delfino il mare. Mi sembra di conoscer così tanto: soprattutto di te sebbene ora io guardi da lontano. Come se fosse nel riconoscersi all’onda che salata vaga, al disparire nell’attimo che cangia il lento progredir del vento quando si stende vela: ecco nei giorni senza distrarsi mai, Oceano che ci attornia, ma poi vorrei saper chi sei per mantenere rotta e confidar a vastità il mio cuore. Dov’altro ti potrei trovare, se non in quella, nel meditar profondo a riguardar passato e il nostro, che pare d’essere senza confine o terra ma con speranza d’arrivare trovando lì i motivi, le precisioni, l’accorto rinunciar alla pretesa, l’esperienza. Di quel mare che pur amo e soffro la pienezza, la completezza assurda della forma e l’esser pronto a rivedere del Sole quell’abbaglio, il Levitano che dall’abisso pur si leva. Quello che adesso è, è la sua baia, il luogo in cui ci han relegato le distanze, come se fosse un seminar di isole, ognuna col suo nome, saper che infine son tutte vuote. Forse lo dico per annullar dolore, quel che si fece a scambio, a vendicar: lo scempio, l’incendio in Alessandria. Noi lo sappiamo entrambi. Ed ogni volta che t’incontro dire, forse ci salverebbe mito se ricordassimo d’esso il cantar cieco, l’attenzione, il non voler a ogni costo progredire lasciando nei giorni in avvenire quel che è stato come se fosse un nulla che ha ferito, che più non merita alcun traslare di pensiero, che più non merita il navigare ancora: soltanto canto, ma s’è disperso e sembra d’affogare. Così poi mi rifugio e mi profondo in acque, ciò che conosco ancora, il mio mestiere che non cambia anzi indurisce al volger di sale sulla pelle. Nell’accertar destino, saper che Dei han scritto in noi la vicinanza, che tante volte ho chiesto  di capire nella preghiera e nei Misteri quello ch’è seme come guardando nell’oltre all’orizzonte sempre uguale. Fidar così dell’incoerenza, l’appello dell’urgenza, il sollevar di spalle al peso. Questo tu l’apprendesti: il dirmi, sei fuori dalla vita. Perso a sognar dove sei solo. E’ veramente sai, non lo nego, ma trovo tutto: vorrei che d’Euridice fosse il nome, fosse per me la Luna.

Rimango ore nel silenzio che s’opera in dettaglio, come uno spirito più chiaro, come al visitar di frutta sopra ad un tavolo, il pane alla dispensa, l’olio e il frantoio, il cuore di farfalla. E mi ritengo dal spostare quello che sia. Misuro il passo di chi procede in carovana sopra la duna che s’insabbia e l’orma che rimane. Laggiù c’è fonte, mostra col braccio alzato, ma io non credo, seduto ho visto il vagar vostro mille volte e vi conosco a fondo miei pensieri, ognuno con il suo peso stretto ed il fasciame, pronti a proteggersi dal vento avvolti nei mantelli, più non intendo servirmi della parola che pure suggerite, più non intendo seguir quel che voi dite. In quel deserto è così netta l’ombra da risembrar incisa nel corallo. Il proseguire arduo e non son solo: ognun di voi mi pare un volto, una comune sorte che s’avvicina, seguir la via d’un condottiero fino a sfinire, udirne le parole ma scoraggiar nel cuore senza veder la fine, la fervida Promessa che pur m’afferra e muove il passo mio a consonar col loro. E si trasporta tutto: quel che veloce abbandonato lascia o s’è disperso nella fuga, il rosso mare e la grandiosità di un rimirar celeste. L’aver creduto. E in dubitar, credere ancora. Alzo il mio corpo stanco e la fatica, e m’abbisogna sete. Così conosco i miei pensieri. La coltre del sentire che colma la distanza tra la mia testa e il cuore e m’apro al senso di quel perenne afflusso e lavo la mia cena. Son io che solo posso: vi traccerò cammino, domani vi dirò di ritornare ancora. Del sandalo il profumo, come un salir d’incenso del rito che conosco, l’avvolgersi in silenzio, il venir sera. Che si declina il sole e compar buio, colto al traslare d’astri, un’altra pace m’avvicina. Allora c’è silenzio, più nella tenda s’ode passo, tutto addormenta. Che Aronne dorme, pure Maria. Un padre aspetta e offre la sua mano al figlio che s’avvicina, è l’ultimo vedere prima del sonno. Pensare alla distanza, al fuoco che si brace, al freddo della notte che cenere rimane. Un padre che concede vedo. Misericordia è tanta, e in me non si capisce subitamente dello sfumar di meraviglia agli occhi suoi, la strada, come dell’intuir che infine nasce. Un altro essere si forma e genera l’amor: insegna il provvedere, vorrebbe il suo restare, ma pure l’accompagna. Di libertà è il suo segno, la via che si percorre insieme: di quel deserto il fine, il lungo giorno dell’aspettar accorto che al gioco sia  ritorno. L’esser più pronti a rinunciare in bene suo, lasciar che sia, che possa essere se stesso. Ora il pensiero s’intride alla parola, l’arca d’acacia della casa e nella Nube e sono a comprender senso. E m’addormento anch’io, certo dell’alba. L’andar che attende, il nuovo proseguire, ciò che rimane nel setaccio come brilla: il mio pensar che infine ha ritrovato speme.

Come un tizzone arso a metà, un legno che rivela la sua oscura fibra, dov’è che il fuoco s’è annerito, dove il respiro non ha soffiato più ad un luccicar notturno. Prestato ha per un poco: lasciar che la sua fiamma consumasse di ramaglia la forma del tronco aggrovigliato. Parlar con te sembra così, salir sul monte con la fascina, disporre un sacrificio, vedersi consumare nell’ottener risposta ad un perenne uguale. Piegar, sì volgere il viso, l’inginocchiarsi sul selciato, stringer le la mani per ottenere voce o il tuo diniego.   Senz’io che possa intender quel silenzio, che tutto è freddo nel mattino. A quante volte, fin qui, su questo altar son stato pronto nel dirmi il nome ch’è Caino. Ma ancora m’assomiglio. Se il tuo voler è che vaghi sorgi per me un’altra stirpe, che possa infine sostanziare il sceglier tuo sulla mia fronte. Possa di me seguir quel che compresi. Fanne dei fabbri, dispergici lontano. Se d’una cosa ho avuto è il presentir che scava. Il duro peso del martello. Le mura delle cinte costruite alle contrade, l’arte del far che bene è in nota. Saranno i figli il riscattar la colpa con l’ingegno. Tubal edificherà il tuo Tempio quando sarà il suo tempo. E narreremo storia. Questo è concesso, anche con me tu feci la promessa, ma rivolo si perde ed è l’arcano. Chi lo potrebbe investigar se non il cuore più perfetto e l’addentrarsi in quanto a debito rimane. Questa vicenda che si tratteggia appena in me permane e pare avere fine. D’un consolazione che ben più saggia della mia, segretamente m’incita a ricercarti ancora, a farne un fuoco, a sparger bronzo per fonder mare che possa infine dimostrare porta. Il cedro di colonna, la pietra ormai squadrata, la forma esatta che convenga. Sarà il mio fuoco a te. E finalmente sarò preghiera, alto con te a rivedere sera.

Vorrei rivolgermi in giudizio fuor dal rumore, sapere infine quel che mi fu assegnato senza smarrirmi in compassione. Quale di questa mi sia parte o cosa d’altro m’appartenga. La verità degli anni. Vorrei aspettare, finché all’intuire si pronunci il rifiorir si breve in primavera, quanto scandito si volge in un sipario ad atto, che tutto si separa o ricompone, a dichiararsi istante sulla scena: quel che è mancato, quello che è stato. Dovrei rivolgere i miei occhi a ognuno dei colori che si mostra e trarne strada, come uno stormo che s’invola. Distinguere e lasciare che ogni batter d’ala sia parte dell’insieme. Seguirlo. Lì non v’è segno che s’incida. Un’altra anima possederei, allora se così fosse, dimenticare mi si darebbe in cambio. E accosterei la meraviglia. E si farebbe luce risalendo, trovar di traccia e dirsi è un fiume. Se solo fossi nel narrar il volgere del sole ad ogni riguardar darei memoria, esempio, forse il salvare, il prestar vita. Ne nascerebbe una collana, ma non avrei che perle senza ordito, come ascoltar da soli un dissonare muto, ognun dei fatti, ogni minuto. Ascolterei l’arrendersi di ciò che vuole di necessità la vita. Mi chiedo se ne nascerebbe l’intenzione, un sentimento, un muover altro all’accostarsi ad essa, quel che rifonde nell’unione. Di ciò che resta salverei il contemplar di sé che si presenzia a quanto di coscienza viva mai ci abbandona, come uno stormir di foglie, un trafilar di pioppi, diritto a trapassare il cielo, il tendersi nel giorno. Il sentimento d’esser mio, fuor da catena, saper che infine ognuno è poi lo stesso da sua parte, sebbene sia differente la misura del destino. E spingerei ancora più lontano  quel che si mostra, vagare l’oltre del mai nato, il diventar di terra sapendo che innumerevoli son vite. Che ognuna d’esse lascia come l’arar di un campo, un onda che riforma l’infrangersi a sua riva. Vorrei sapere dove quel senso si decide, ma troverei le altezze e mi direi modestia lì s’insegna, tutto s’accetta e ricompone, come voluto altrove, perfin l’incontro, la fortuna, il viaggio. Toccare infine la sapienza e abbandonar pretesa o meglio veder trama, il costruir che ci accompagna. Sarebbe di preghiera una presenza come se questo fosse dell’umano il segno, l’unico vero a mia risposta: vibrar come si muove corda a testimone. Al giorno e ad ogni notte. Ad ogni suo infinito, la stagione.

Essere dove quando tutto si staglia? Come se s’arrivasse al fondamento, sette gradini e d’un battente raffermato, ormai racchiuso sull’infinito senso d’un lampeggiar l’istante. Di tutto questo non s’è stati che radice e la malinconia più densa. Tenendoti per mano te lo dico: il senso della terra, l’umidità di foglia, ciò che non tocca in sorte ad altri nel giardino. Ad ogni esilio, marmo sul quale scorre l’acqua senza lasciare traccia, sfuggendo in rivolo sottile poi ricadendo in guazzo mentre piove. A noi che andiamo. Questo vorrei dimenticare ma poi saper che intride e nel mutar di forma nasce come a un risveglio il verdeggiar di nuova spiga. E’ la mia prova: il consegnare a quanto cade quel che dell’attimo sostiene, a quanto cade e poi risuona dare. E d’alga i tuoi capelli a questa pioggia che non cessa, quell’abbassar degli occhi e renderli sottili: son diventati campi d’annuvolate cerchie spinte a pensar lontano. E poi sentire la tua mano, altro s’è escluso nel frammento di quanto si continua. Sul tetto di lavagna sento, sul legno sagomato, sento l’anemone scordato senza il vibrar d’accordi: le requie di quel canto, che giunge a fine: goccia su goccia l’acqua al confine. Vorrei saper che vedi, or ch’è passato. Intendo ancora il correre del vento, il freddo ghiaccio d’un abito bagnato. Scoprir d’una parola il senso e del cader di pioggia il germinare. Vorrei saper che vedi or ch’è passato, saper se sai dove ora siamo. Quel che ci attornia. E’ come un mondo dove siam nati e mi rinserro al dire. Quello è lasciato.

Non so se i giorni t’appaian tutti uguali, né se di te, alla distanza, valga da scelta questo o un differente permanere, o se al paese che t’ospita sia festa o lo studiare, un muover quieto delle cose o sia in affanno. Comunque sia prendo costanza e attento mi dispone, vedo immediata, poi immutata, l’intenzione. E ti riformo al mio più fondo ricordare, nel credere che vita t’accompagni e che tu ti possa sostenere, che sia prossimità oltre la sorte, un bene acceso e non sia muto. Sappiam di noi solo nel dopo, nell’oltre del suo tempo, quando è passato. Ma non è vano: è sol così che ancora custodisco ciò che sei. Ad esso mi misuro, di te la dirittura e il meditar silente. Ti custodisco e mi rimane. Le prove d’affrontar, l’ostilità hai inteso dire che pur dovevi proseguire, segno t’ha dato per ulteriore amore, il sacrificio. Lo sceglier l’umiltà, forse mi dico. E’ tanto il tempo che è passato. Ascolta, io l’ho smarrito. Avrei chiamato, sarei venuto alla tua porta, avrei bussato. Ora ne so il motivo e se sarò: tu credi, t’ho cercata. Tutti dicevan se ne andata. E m’ascoltavo in cuore alla risposta che mi negava il risentire ancora della voce e l’essere in me allo sbarrarsi ancora del cammino. Come una nebbia che in autunno sale, una marea che si dispera. Seppi Sophia: quel non importar che i corpi sian congiunti: il dialogo che s’apre nel mattino, l’aver di te presenza nel destino. Ed era come se tu fossi, seduta qui a far di conto all’esperienza amara, alla ragione, dicendomi che limite infine superato, avrebbe potuto forse essere ancora. Intendimi ti prego, non c’è più segno che possa riferire, una via lattea. Non c’è vedere che possa confermare. Io passo le stagioni nel pensare, nel credere che tu riconosca infine l’inaspettato pronunciarsi dei Celesti. Lo spirito che crede. Non il mutare. Consegno ad ogni giorno la lettura, il musicare in vece delle vesti. Il tuo vestir di scuro come un tempo. L’esser felice di minuzie, scoprir quel che mi basta nella matita che appuntita segna o nel compasso a tracciar linea, fino a finr dov’era cominciato.

Ho parlato del Maestro e niente m’ha sorretto. Poggiato in me stesso ad ascoltare solamente quel che avveniva. Il suo silenzio in primo. Altro non occorreva invero. Non c’è ricordo che passasse allora, pensavo a una corteccia, non alla foglia che ne è figlia, non tanto alle radici che sempre mi sono apparse in lavorio. Intrise nel terreno hanno la loro parte. Ma è ben dura la terra qualche volta, tu mi comprendi. Pensavo alla corteccia. Come di tutto sia l’immobile che l’occhio non percepisce mai. Oppure colta, pur anche incisa, s’è dediti al tempo nello strazio di un chiodo che rimarrà per sempre. Il vano segno d’un qualunque amore che la renda più prossima e leggera. Avevo finalmente specchio, la mia lezione d’oggi. Semplicemente era e perdurava e quanto immisurabile si dava al resto. Mai d’essa avrei scoperto l’incedere pressante verso il fuori. D’arbusto a piena scorza ad albero. Avrei voluto che il Maestro mi desse voce allora, avrei voluto dire che il tempo ci trasforma e che si giunge a non temere gli anni: il nostro dire come corteccia che più non ci riguarda, degno soltanto di divenire ciò che all’esterno si manifesta. Così in quanto ci circonda. Il resto è ricoperto e seppur ha vita, non si vede, scorre lontano nella linfa: è bene che sia luce a confermare d’un apice la cura, da noi non riusciremmo. E sono i morti o i vivi, lasciato il fiume, percorsa la collina: sappiamo in corpo d’ogni passata scure. Chiesi a me stesso, al Maestro di dire una parola, pregavo d’essere fermo, avvolger tutto, restare all’acqua, al sole alla tempesta inascoltato eppur presente. Accolto dalla terra e pur proteso. Niente mi riguardava più se non quel briciolo di legno che cresceva dentro di me a segno della croce. Perché dicevo nel sacrificio pur lì si dona e non importa dire ma solo far che esso sia, infine sia. Temevo la stanchezza e rinunciavo e l’Uomo via più appariva prossimo. Il Maestro disse: il bosco, e disse: l’edera verde e il vischio per la cura, come in segreto, d’un veleno che mai si muta; farò miracolo per te. E niente m’ha sorretto. Allora mi sono trasformato: son diventato albero, son diventato bosco, ed erba in prateria, selvatica rosa, tulipano. Ed ho semplicemente atteso. Che tutto mi si manifestasse intorno, come corteccia a reggere un destino, quello che molti chiaman vita. Il suo silenzio infine. Me stesso in quell’incontro ad un inizio nuovo. Soltanto un seme. Ero ora divengo.  

Avrei voluto continuare ad addensarmi nella quiete presenza del tuo sincero dire. Così senza trasporto, simile a nube che crea da sé il bianco in cui declina il Cielo. Semplicemente ancor prima d’un sonno che mai avemmo insieme. Tu m’accogliesti all’improvviso quando i tuoi occhi s’eran piegati a un compito minimo e lieve. Mai distratti da ciò che ti portavo in cambio. Tutto sembrava accader per caso, lo strano nome, la visione, il doppio impossibile del noto, l’immagine d’un volto d’angelo nel buio del mio cuore, quell’accettar che si chiudesse il tuo, gemmare di speranza nella gioia: la dracma ritrovata; il dono dell’anello che solo altrove poi m’apprese. Il tuo deporre veste ed esser nube, tu ora, nel mio cielo. Avrei atteso gioendo anch’io del tuo vagare, quel del passato che andavi raccontando, il gesto che mai mi s’era offerto alla presenza di chi venuto da lontano, ti visitava. E’ in quello che riconobbi onore e sono stato rondine in spirito, nel tuo. Sciogliesti la tenda alla finestra, l’intimità d’un solo lungo racconto che non mi desti il tempo di narrare: non importava più. Era soltanto l’alito nel coro di quei giorni, l’un’unica voce che ora m’è rimasta. Come un pensare in cui si sovveniva il tempo. Stendevi la tovaglia sull’altare ma era d’un tempio sconosciuto, sapevi allora senza sapere o senza dire cosa di esso si presentasse di contro ad uno sfregio. Tutto il dolore. L’aver prescelto il Graal solo perché avevi visto le mie mani. Lo dico per me stesso: due volte si ritrova. Nulla si perde nel nostro immaginare. La tavola che candida hai posto per i figli o storie d’uomini che t’hanno abbandonata, mai dette nell’offerta, perché non si può spegnere quel fuoco. Tutto confermi e tacci. Avevi in me il tuo quaderno, un giorno dopo il giorno. Un segreto, l’appartenenza all’accadere, che quando tutto del mondo ti passava accanto sapevi già, e infine ponesti la domanda. Avrei dovuto esser io. Io. Quel Re che vulnerato ha più di verità, di quanto tu non creda, lì messo alla custodia, ponendo profondo il suo confine su quanto non comprendesti mai. Esser l’eroe o il ladrone che travagliava la passione. Sappi però che mai nessuno ha spento ciò che hai dato. Passa la lancia di Longino nel mio cuore spento, lo strale nel suo fiore, insieme. Solo a chi sa, il comprendere ora dei due l’unione. Nascosta eppur presente in queste mie parole, tu sei e siamo, come la luce chiara del creato, l’infinità di quanto è nostro. E ci appartiene.

Le montagne di Giotto non esistono. Nel quadro si fa idea così come accade per il resto. Non puoi chiamarla fantasia, puoi sol far si che ammirazione si trasformi in tempo. Lo stesso avviene nell’Oriente dove la luce si nasce dall’Icona. Puoi scegliere ma non t’è dato risvegliarti. E’ differente, ma non più complicato. Attingere alla calma dell’immobile che dice. E la figura piega se stessa nel sentire che finalmente non ha bisogno di respiro. E similmente in quello ti trasformi e percepisci perché nel soffio ci sia vita. Da un cumulo d’argilla. Potresti allontanar nel cosmo di quanto t’è più prossimo l’appartenenza d’ognuno dei pensieri e dir di essi è mio, ma l’arte ti ricorda, altro miglior di te l’ha fatto e più non hai motivo e torni e scegli. Impari nel vedere e s’aprono i tuoi occhi a quel colore e impari perché ci siano soltanto consonanti e tutto attenda una vocale. Solo così tra spettatore e suono nasce armonia. Ti può servir d’esempio. Ma tanta è la saggezza in questo che non oso neppur dirla a me stesso. Hai Verbo. E vedi. Ogni movenza, o gesto, o tutto quel ch’è stato. Dire di te al pensiero, sondarne quel mistero. Si svelino il senso del creare, o del gioire, o del perfetto il risonare, tutto v’è in esso. E t’accompagno: ne nasce un mare e la sua stella, e infine avrai silenzio. Se sei capace di riguardar quei monti e quanto su di essi sorge, la luce che si spande, il tramontar dell’ala al vento, d’ogni color la pace, saprai perché son nudi, così come se fosser schegge. Lo stesso avviene in noi.  Quando pensiamo. Puoi sol far sì che occhio veda e suono sia. E puoi chiamarla allora davvero fantasia. Che si trasformi in tempo. E sia.

Rimane un apice. Forse non sono in molti oggi a conoscere la vita di Nicolas Flamel. E’ che bisogna scriverne con la mente prima che con la penna. Assumer la sua Arca figurata prima che si svapori di fronte alla modernità di cui misura tutto l’errore. E’ una questione d’elezione ma non si può confonder privilegio ad esso. Nulla, ti sembra dire, resta nascosto a chi sappia ancora venerare. Anch’egli trovò Libro, di questo s’è già detto, ma v’erano solo le pitture. Chi le userebbe ancora? Che tutto si rilega a fumo, a inconcludente rebus, a quanto si confina perché nell’oggi non può di certo avere posto. Che vanità! La nostra intendo, dalla corona un po’ sbilenca di cartone. Siam noi che in giovinezza ci perdemmo alle sue carte e pur sperimentando una diversa chimica riuscimmo a mantenerne il suo segreto. E prima di capire, la Galizia. Così egli dice del suo peregrinare. E la sua sposa, il suo mestiere di scrivano e l’Opera di Dio. Ma ben s’intende ch’egli si riservava ad una sua ecclesia che ben sondava oltrepassandone dell’immediato il senso: nell’Atanor vedeva. E diligente scrisse storia , filosofia, grammatica. Resuscitando col mutarsi alla materia. Non v’è neppure orgoglio. Giusto si sappia il testimone. Può oggi sentirsi la tensione di tutto l’oro falso che si fonde, si costruisce a mondo, s’ha l’impressione e il duro istinto. Ci s’aggiorna. Dov’altro siamo? E quanti poi son quelli che prendono in rapina l’ordine antico pensando con pergamena e stella di fascinar se stessi. Flamel ne avrebbe riso. Nel quieto di se stesso ha rifiutato gli uni e agli altri ben chiuso ha le sue porte. Non ha cambiato nome, detto ne ha, soltanto l’acuto senso di pensiero, la sua compagna che ritrae azzurra, quell’iride che a mezzo si dimostra prima del Bianco e del Leone. Solo da lì ne ha fatto Scuola. A ben sapere che conta l’Accademia? Poi, quanti l’han seguito? Che tutto è a togliere: non è nel rigoglio delle parole, son solo per confondere chi non è degno. Qui te ne basti una: il Nome. Avresti poi pensato all’impossibile come se fosse solo evocazione. Avresti poi pensato al labirinto, al gioco degli specchi, ad un immaginare che pare mai aver posa. Difficile risulta qui spiegare che l’alchimista ritrae soltanto quanto nell’anima compare e giura sul silenzio: per quanto possa il paradosso dice il vero, come il lavar con l’antimonio il Sale, la cenere del Sole, lo zolfo dal cristallo trasparente come non è in natura. E allora lunga si protrae l’attesa, di mille operazioni non ve ne è una che non sia la stessa. Ti manca solo da scoprire il fuoco, ma puoi guardare nel tuo cuore e domandare di solver il dolore: la Pietra che compare finché si possa infine trasmutare.

L’orologiaio piegato sul suo banco con la lente. Questo è un mestiere ossuto che vuole la sua logica. Seguir che incastri il meccanismo e muovano le molle. Tutto ridotto a battito, a sincronia di ruota, a dente. Nel contrappeso di quel ferro poi domandiamo appuntamento. Siam pronti ad aspettare il tocco per uscire. Smetter di lavorare, che suoni la campana. Ne abbiamo fatto cifra da coglier con lo sguardo; talmente subitaneo resta il saper che manca, da calcolar noi stessi sul quadrante: la clessidra, la sabbia dell’Egitto, il Nilo. La regola del mondo il tempo, forse il denaro. Poi vedo i pescatori chinarsi sulla barca, contare nei canestri il pesce, fermarsi ad aggiustare reti e con la pece indurre il legno, proceder alla sartia e tenderla con nodo. Fin che non è, si può soltanto continuare, serve da viver e da mangiare il mare. Per questo li ha chiamati. E’ come meridiana Altra misura al sole l’ombra, quella linea che libertà disegna al muro, il volgersi a soggetto, saper che un’altra Arte ne calcola l’ingresso: il Cielo. E Luna non ha parte se non per il segreto che si racconta nel suo traslare a mese, contar dei giorni in ciò che volge e si dilegua, il muovere fiducia a madre. E’ Palestina, la vasca di Siloe, lo scorrer del Giordano. Ch’Ei domandò dei suoi. Il tempo che stava per scadere, l’inizio che altro aveva preceduto: i giorni che non si sanno più, il lento fabbricare, e l’attardarsi a contemplar armenti, quel ch’Egli apprese entrando dall’eterno al tempo.  Di tutto ciò che è stato noi manteniam ricordo. Siam come ad una porta, pronti a passare sapendoci immortali, a rivenire se occorra, ad esser nominati nel giudizio, ad incontrare altri dove è si ferma il sonno e s’alza nel mattino l’alba. E del mio tempo ne volgo a misurar l’esempio, e che s’impieghi nel creare, nel dire del suo scandir silente il senso del mio cuore. Esser del tutto parte come a sfuggir dell’attimo la presa. Che sai, lo vedi, altro sussegue e dona a compimento. Adesso. E poi ancora. Ciò che non dura è finto.

Scolpire più di tutto, render l’inerte margine un centro per chi vede. Saper tradurre in luogo, dell’eco che richiama, la rigidezza d’una storia. A lungo meditare dove colpire ora concesso da maestria, che non ammette errore, come all’intaglio del bulino che replica non ha davanti al fatto dello spreco . Meglio è tacere , tastar la ruvidezza dell’intaglio. Udir soltanto il colpo, l’assiduo fronteggiar quel sasso. Di cattedrale ha forma e participio: essendo. Era destino stesso a consentir l’esterno, il dentro viveva di sua luce. Di parti l’assemblea al sacrificio. Odi parola e ritmo, la rapsodia che muta quel basalto in ciò che racchiudeva, visto in idea per primo, poi posta sul portale dominato dal rosso fuoco della rosa. Il risuonar che scava, smarrisce a sé l’essenza e l’evocare. Dilunga quel suo dire nel pensare, più non lo stringe a rivelare. Più non è dato il concepire, un altro dire dal normale. Solo scolpire a giorno potrebbe rinvenire, resuscitare. Lo scoprire. E’ il rito che ti spetta, fuor di paura o laccio, un solo colpo a far sbalzare t’è dato di scolpire e d’imparare che nulla che tu fai andrà perduto, resta pur lì impresso a timbro. A segno d’un destino. Comune nel cantiere cantare e bere, ma poi tornare a venerare della profondità il sapere, l’opera svolta e il suo ridire: non m’appartiene. Solo così si deve fare.

Radio on air: comincia col mormorio d’una carezza il passo più leggero e io, che raccoglievo messe nella terra degli ulivi. Domando a me che ho fatto: semplicemente t’ho mostrato i quadri più belli appesi alla parete. E mi disegno dal primo al successivo storia. Quello di te che avevo domandato, così vedendo in esso quel che quell’unico segnava a mancamento. Solo pudore. Malinconia se fosse. Volger di sguardo al reclinare d’un tramonto. Io lo conservo ancora ed è mistero. E’ fatto a goccia, una sorgente dove trapassan a segno di bandiera, le giare per le nozze. Sì, che seppure son passati anni, s’incontra lo stupore ad ogni abbraccio, è come dirsi ti riconosco infine, vorrei soltanto rivederti prima ancora che tu vada. Ecco di te quel che rimane. E’ solamente tutto: e in me, me stesso rivedo in quella casa, l’angolo angusto, le piante che spostavi, il lungo banco, la compagnia d’un filo, l’isola di quel luogo ch’era dovunque alla misura, il visitar di Sinagoga. E dopo il ponte, il passar porta per entrare e l’architrave, il pozzo, la tua bellezza più integra e matura, le lotte già passate, il correre d’un treno. E m’ascoltavi, chiedendo a tutto se fosse davver vero, la parte che infine ritrovavi, la fine del percorrere mai stanco, il credere assoluto. E seppi ancora dopo tanto che sceglier non ci è dato, altro s’avviene, che altro si dimostra come afferrati da una forza che altèra si dispiega, e non provien dall’uomo, ma solo a lui si svela. E l’acqua che si tramuta in vino, il bacio. La mensola del the, l’amica, le chiacchere dei cani, il suono del flamenco, la Cordova dell’Anima, l’Alambra e la fontana. Se devo dire è questo. L’unico istante che sia vero. Un ritmo mai sopito, un infinito addio, il buio all’improvviso. Ora che posso spiego: è identico il motivo, dentro di sé avere il fuoco più soave, il più volgente sguardo a conficcare qui, come perdono.  E penso che tu dal fondo dei tuoi occhi sai l’incantar più dolce. E m’ascoltavi un lungo disegnare di parole, il tuo venir e il pianto, il dire la mia vita solo di questo è fatta. E’ dignità. Ora che aspetto del segno quel tuo dire, vorrei che tu mi fossi sempre. Nulla di te conosco dopo tanto. Il sogno che tu sia come ad allora: un quieto ondeggiar del campo, un fremito, un aspettar momento. Pur anche fosse per l’eterno, il rincontrarsi ancora: il dire a fine, in me s’è appena cominciato.

Trovar nel meditare la ragione, sedersi senza e ritrovar parola, attendere di questa la prigione, come di stirpe in stirpe un inesausto stare che si somma e costringe un ispirato senso al suo mancare. Come si fosse al raccontare, di figlio in figlio nel rito a consumare, il rapportare e ognuno d’essi far risuonare. Riprenderlo a canzone, tanto a vibrar di vocazione. Le anime siglate, le cinque parti scelte, l’antico domandare. Il profondersi in ciò che può mancare: il numerare, il suo sommare. Partir dal cuore e ripensare: io credo vi sia asse tra quel narrare e il volgere di nebbie al mare, la verde terra, il suo voler restare elementare. E’ pronunciare. E’ far che sì, si sgorghi la Presenza, e andare oltre allo scordare. E’ l’attestare. Vola con me ti dice, apri la mano, sogna. Son isole nel tempo, ma nel trattar dell’una dovrei dimenticare. Trovar nel meditare la ragione, percorrerla per sempre fino a sentir in essa la bruma che scompare, l’arco del cielo, il suo cantare. Quel che nel libro è scritto dall’altro lato si volge e si rivolge a scoglio, e di marea la spuma. Il cerchio a pietra a chieder segno a nubi, Il suo ben saldo permanere a enigma. Il bardo ch’ammaestrava, l’erica al campo, il glauco d’un piovigginar sottile. Qui s’è sognato quanto dall’altra parte v’accadeva e tanta v’è distanza che non ammette il vero: la nascita del Sole. Ma son convinto, son stirpi a sciame, l’esser approdo è tradizione, la promessa. Vorrei trovar nel meditare la prigione: ne annulla il senso e il percepire che più profondo scava, infine trova sua ragione. Segui dell’anima la traccia, compi per me traslare, quel che non ha dell’argine la cura, infine puoi trovare: sono memorie, in questo d’esser parti d’un tutto a universale. Solo così portava ad accadere. Son tanti i luoghi della Terra, scegli per me quest’ultimi. Che nitidezza appare. Ferma pensar al volgere di sera. Ricorda il mio tornare. Come se in fiaba si dicesse al ritmo e allo spostar di senso il vero. Il raccontar agli esseri più piccoli la storia nella notte al limitar d’una foresta la storia intendo per lor traslata d’un Gesù che nasce al grembo di una Immacolata. Il lor stupir segreto e vivo. Sprizzar di gioia nel sapere, balzar di fate a quell’annunci. E trasportati a conservar vivezza e sempre a tramandar canzone. Trovar nel meditare, la ragione.

Anima che scopre il limite assegnato, dell’incarnarsi il visitar terreno, il buono senza scambio, il lavorar per donazione, il confidar in sé soltanto: il maturar più lento e acconcio per ognuno. Seguire storia, far di poesia una meta, e riposare in seno a quel divino che mai ti perde o ti smarrisce. Quando sei stanco. Che sembra d’aver già visto tanto, e di poter tu emettere giudizi, come nel Tempio a caccia di mercanti. E ripassar su questo e trattenere,veder soltanto e altrove, credere e fare, sceglier solo quanto ti nutre e ti ristora. La puoi chiamare fedeltà. Saper di revulsione o affinità, il gioco dell’alterno che scombina. L’immediatezza più comune, che puoi trattar da istinto. Ha tutti i gradi dello spettro. Lo sdegno, il rifiutarsi, il dirsi son migliore, l’ammantarsi. Ciò che divide e gioca. La sicurezza o l’ebrietà, l’oscura notte o la pietà. La garanzia d’un gergo che accomuna: un sillogismo stanco il branco. Anima che scopre il limite assegnato, il razionale e l’evidente, il dire a sé io sento: il mondo è fatto di materia, di dura convulsione doglia, la morte che non scopro se non a fine della tela, lo sperperarsi della fede, l’accecarsi. Sono deserti: sì l’assestarsi, la sete, l’esister mascherato, l’inganno più celato. Vorrei che fossimo migliori, senza bastone per il viaggio. Saper di noi ogni distanza eppure superare. Quieto rimango ad aspettare  di quel voltar il foglio, un altro giorno passa. Che la sapienza ha posto per ciascuno, e s’anima di vento, pur non t’aspetti e pur ti dice. Crea solamente. Per l’Anima che scopre il sonno ed il suo sogno, da veglio ti risveglia a meraviglia di una stella. Non pur questo che si deve ricordare? 

A entrambi cosa sarebbe servito se non un altro immaginare. Avrebbe occorso la lentezza, l’incrociarsi di un altro definire, di quel patire l’ansia la nullità. Del disgiungersi, del suo spostarsi, il riconsiderare di noi la vera trama: ad ogni tuo delfino il mare. Mi sembra di conoscer così tanto: soprattutto di te sebbene ora io guardi da lontano. Come se fosse nel riconoscersi all’onda che salata vaga, al disparire nell’attimo che cangia il lento progredir del vento quando si stende vela: ecco nei giorni senza distrarsi mai, Oceano che ci attornia, ma poi vorrei saper chi sei per mantenere rotta e confidar a vastità il mio cuore. Dov’altro ti potrei trovare, se non in quella, nel meditar profondo a riguardar passato e il nostro, che pare d’essere senza confine o terra ma con speranza d’arrivare trovando lì i motivi, le precisioni, l’accorto rinunciar alla pretesa, l’esperienza. Di quel mare che pur amo e soffro la pienezza, la completezza assurda della forma e l’esser pronto a rivedere del Sole quell’abbaglio, il Levitano che dall’abisso pur si leva. Quello che adesso è, è la sua baia, il luogo in cui ci han relegato le distanze, come se fosse un seminar di isole, ognuna col suo nome, saper che infine son tutte vuote. Forse lo dico per annullar dolore, quel che si fece a scambio, a vendicar: lo scempio, l’incendio in Alessandria. Noi lo sappiamo entrambi. Ed ogni volta che t’incontro dire, forse ci salverebbe mito se ricordassimo d’esso il cantar cieco, l’attenzione, il non voler a ogni costo progredire lasciando nei giorni in avvenire quel che è stato come se fosse un nulla che ha ferito, che più non merita alcun traslare di pensiero, che più non merita il navigare ancora: soltanto canto, ma s’è disperso e sembra d’affogare. Così poi mi rifugio e mi profondo in acque, ciò che conosco ancora, il mio mestiere che non cambia anzi indurisce al volger di sale sulla pelle. Nell’accertar destino, saper che Dei han scritto in noi la vicinanza, che tante volte ho chiesto  di capire nella preghiera e nei Misteri quello ch’è seme come guardando nell’oltre all’orizzonte sempre uguale. Fidar così dell’incoerenza, l’appello dell’urgenza, il sollevar di spalle al peso. Questo tu l’apprendesti: il dirmi, sei fuori dalla vita. Perso a sognar dove sei solo. E’ veramente sai, non lo nego, ma trovo tutto: vorrei che d’Euridice fosse il nome, fosse per me la Luna.

Rimango ore nel silenzio che s’opera in dettaglio, come uno spirito più chiaro, come al visitar di frutta sopra ad un tavolo, il pane alla dispensa, l’olio e il frantoio, il cuore di farfalla. E mi ritengo dal spostare quello che sia. Misuro il passo di chi procede in carovana sopra la duna che s’insabbia e l’orma che rimane. Laggiù c’è fonte, mostra col braccio alzato, ma io non credo, seduto ho visto il vagar vostro mille volte e vi conosco a fondo miei pensieri, ognuno con il suo peso stretto ed il fasciame, pronti a proteggersi dal vento avvolti nei mantelli, più non intendo servirmi della parola che pure suggerite, più non intendo seguir quel che voi dite. In quel deserto è così netta l’ombra da risembrar incisa nel corallo. Il proseguire arduo e non son solo: ognun di voi mi pare un volto, una comune sorte che s’avvicina, seguir la via d’un condottiero fino a sfinire, udirne le parole ma scoraggiar nel cuore senza veder la fine, la fervida Promessa che pur m’afferra e muove il passo mio a consonar col loro. E si trasporta tutto: quel che veloce abbandonato lascia o s’è disperso nella fuga, il rosso mare e la grandiosità di un rimirar celeste. L’aver creduto. E in dubitar, credere ancora. Alzo il mio corpo stanco e la fatica, e m’abbisogna sete. Così conosco i miei pensieri. La coltre del sentire che colma la distanza tra la mia testa e il cuore e m’apro al senso di quel perenne afflusso e lavo la mia cena. Son io che solo posso: vi traccerò cammino, domani vi dirò di ritornare ancora. Del sandalo il profumo, come un salir d’incenso del rito che conosco, l’avvolgersi in silenzio, il venir sera. Che si declina il sole e compar buio, colto al traslare d’astri, un’altra pace m’avvicina. Allora c’è silenzio, più nella tenda s’ode passo, tutto addormenta. Che Aronne dorme, pure Maria. Un padre aspetta e offre la sua mano al figlio che s’avvicina, è l’ultimo vedere prima del sonno. Pensare alla distanza, al fuoco che si brace, al freddo della notte che cenere rimane. Un padre che concede vedo. Misericordia è tanta, e in me non si capisce subitamente dello sfumar di meraviglia agli occhi suoi, la strada, come dell’intuir che infine nasce. Un altro essere si forma e genera l’amor: insegna il provvedere, vorrebbe il suo restare, ma pure l’accompagna. Di libertà è il suo segno, la via che si percorre insieme: di quel deserto il fine, il lungo giorno dell’aspettar accorto che al gioco sia  ritorno. L’esser più pronti a rinunciare in bene suo, lasciar che sia, che possa essere se stesso. Ora il pensiero s’intride alla parola, l’arca d’acacia della casa e nella Nube e sono a comprender senso. E m’addormento anch’io, certo dell’alba. L’andar che attende, il nuovo proseguire, ciò che rimane nel setaccio come brilla: il mio pensar che infine ha ritrovato speme. 

Come un tizzone arso a metà, un legno che rivela la sua oscura fibra, dov’è che il fuoco s’è annerito, dove il respiro non ha soffiato più ad un luccicar notturno. Prestato ha per un poco: lasciar che la sua fiamma consumasse di ramaglia la forma del tronco aggrovigliato. Parlar con te sembra così, salir sul monte con la fascina, disporre un sacrificio, vedersi consumare nell’ottener risposta ad un perenne uguale. Piegar, sì volgere il viso, l’inginocchiarsi sul selciato, stringer le la mani per ottenere voce o il tuo diniego.   Senz’io che possa intender quel silenzio, che tutto è freddo nel mattino. A quante volte, fin qui, su questo altar son stato pronto nel dirmi il nome ch’è Caino. Ma ancora m’assomiglio. Se il tuo voler è che vaghi sorgi per me un’altra stirpe, che possa infine sostanziare il sceglier tuo sulla mia fronte. Possa di me seguir quel che compresi. Fanne dei fabbri, dispergici lontano. Se d’una cosa ho avuto è il presentir che scava. Il duro peso del martello. Le mura delle cinte costruite alle contrade, l’arte del far che bene è in nota. Saranno i figli il riscattar la colpa con l’ingegno. Tubal edificherà il tuo Tempio quando sarà il suo tempo. E narreremo storia. Questo è concesso, anche con me tu feci la promessa, ma rivolo si perde ed è l’arcano. Chi lo potrebbe investigar se non il cuore più perfetto e l’addentrarsi in quanto a debito rimane. Questa vicenda che si tratteggia appena in me permane e pare avere fine. D’un consolazione che ben più saggia della mia, segretamente m’incita a ricercarti ancora, a farne un fuoco, a sparger bronzo per fonder mare che possa infine dimostrare porta. Il cedro di colonna, la pietra ormai squadrata, la forma esatta che convenga. Sarà il mio fuoco a te. E finalmente sarò preghiera, alto con te a rivedere sera.

Vorrei rivolgermi in giudizio fuor dal rumore, sapere infine quel che mi fu assegnato senza smarrirmi in compassione. Quale di questa mi sia parte o cosa d’altro m’appartenga. La verità degli anni. Vorrei aspettare, finché all’intuire si pronunci il rifiorir si breve in primavera, quanto scandito si volge in un sipario ad atto, che tutto si separa o ricompone, a dichiararsi istante sulla scena: quel che è mancato, quello che è stato. Dovrei rivolgere i miei occhi a ognuno dei colori che si mostra e trarne strada, come uno stormo che s’invola. Distinguere e lasciare che ogni batter d’ala sia parte dell’insieme. Seguirlo. Lì non v’è segno che s’incida. Un’altra anima possederei, allora se così fosse, dimenticare mi si darebbe in cambio. E accosterei la meraviglia. E si farebbe luce risalendo, trovar di traccia e dirsi è un fiume. Se solo fossi nel narrar il volgere del sole ad ogni riguardar darei memoria, esempio, forse il salvare, il prestar vita. Ne nascerebbe una collana, ma non avrei che perle senza ordito, come ascoltar da soli un dissonare muto, ognun dei fatti, ogni minuto. Ascolterei l’arrendersi di ciò che vuole di necessità la vita. Mi chiedo se ne nascerebbe l’intenzione, un sentimento, un muover altro all’accostarsi ad essa, quel che rifonde nell’unione. Di ciò che resta salverei il contemplar di sé che si presenzia a quanto di coscienza viva mai ci abbandona, come uno stormir di foglie, un trafilar di pioppi, diritto a trapassare il cielo, il tendersi nel giorno. Il sentimento d’esser mio, fuor da catena, saper che infine ognuno è poi lo stesso da sua parte, sebbene sia differente la misura del destino. E spingerei ancora più lontano  quel che si mostra, vagare l’oltre del mai nato, il diventar di terra sapendo che innumerevoli son vite. Che ognuna d’esse lascia come l’arar di un campo, un onda che riforma l’infrangersi a sua riva. Vorrei sapere dove quel senso si decide, ma troverei le altezze e mi direi modestia lì s’insegna, tutto s’accetta e ricompone, come voluto altrove, perfin l’incontro, la fortuna, il viaggio. Toccare infine la sapienza e abbandonar pretesa o meglio veder trama, il costruir che ci accompagna. Sarebbe di preghiera una presenza come se questo fosse dell’umano il segno, l’unico vero a mia risposta: vibrar come si muove corda a testimone. Al giorno e ad ogni notte. Ad ogni suo infinito, la stagione.

Essere dove quando tutto si staglia? Come se s’arrivasse al fondamento, sette gradini e d’un battente raffermato, ormai racchiuso sull’infinito senso d’un lampeggiar l’istante. Di tutto questo non s’è stati che radice e la malinconia più densa. Tenendoti per mano te lo dico: il senso della terra, l’umidità di foglia, ciò che non tocca in sorte ad altri nel giardino. Ad ogni esilio, marmo sul quale scorre l’acqua senza lasciare traccia, sfuggendo in rivolo sottile poi ricadendo in guazzo mentre piove. A noi che andiamo. Questo vorrei dimenticare ma poi saper che intride e nel mutar di forma nasce come a un risveglio il verdeggiar di nuova spiga. E’ la mia prova: il consegnare a quanto cade quel che dell’attimo sostiene, a quanto cade e poi risuona dare. E d’alga i tuoi capelli a questa pioggia che non cessa, quell’abbassar degli occhi e renderli sottili: son diventati campi d’annuvolate cerchie spinte a pensar lontano. E poi sentire la tua mano, altro s’è escluso nel frammento di quanto si continua. Sul tetto di lavagna sento, sul legno sagomato, sento l’anemone scordato senza il vibrar d’accordi: le requie di quel canto, che giunge a fine: goccia su goccia l’acqua al confine. Vorrei saper che vedi, or ch’è passato. Intendo ancora il correre del vento, il freddo ghiaccio d’un abito bagnato. Scoprir d’una parola il senso e del cader di pioggia il germinare. Vorrei saper che vedi or ch’è passato, saper se sai dove ora siamo. Quel che ci attornia. E’ come un mondo dove siam nati e mi rinserro al dire. Quello è lasciato.

Non so se i giorni t’appaian tutti uguali, né se di te, alla distanza, valga da scelta questo o un differente permanere, o se al paese che t’ospita sia festa o lo studiare, un muover quieto delle cose o sia in affanno. Comunque sia prendo costanza e attento mi dispone, vedo immediata, poi immutata, l’intenzione. E ti riformo al mio più fondo ricordare, nel credere che vita t’accompagni e che tu ti possa sostenere, che sia prossimità oltre la sorte, un bene acceso e non sia muto. Sappiam di noi solo nel dopo, nell’oltre del suo tempo, quando è passato. Ma non è vano: è sol così che ancora custodisco ciò che sei. Ad esso mi misuro, di te la dirittura e il meditar silente. Ti custodisco e mi rimane. Le prove d’affrontar, l’ostilità hai inteso dire che pur dovevi proseguire, segno t’ha dato per ulteriore amore, il sacrificio. Lo sceglier l’umiltà, forse mi dico. E’ tanto il tempo che è passato. Ascolta, io l’ho smarrito. Avrei chiamato, sarei venuto alla tua porta, avrei bussato. Ora ne so il motivo e se sarò: tu credi, t’ho cercata. Tutti dicevan se ne andata. E m’ascoltavo in cuore alla risposta che mi negava il risentire ancora della voce e l’essere in me allo sbarrarsi ancora del cammino. Come una nebbia che in autunno sale, una marea che si dispera. Seppi Sophia: quel non importar che i corpi sian congiunti: il dialogo che s’apre nel mattino, l’aver di te presenza nel destino. Ed era come se tu fossi, seduta qui a far di conto all’esperienza amara, alla ragione, dicendomi che limite infine superato, avrebbe potuto forse essere ancora. Intendimi ti prego, non c’è più segno che possa riferire, una via lattea. Non c’è vedere che possa confermare. Io passo le stagioni nel pensare, nel credere che tu riconosca infine l’inaspettato pronunciarsi dei Celesti. Lo spirito che crede. Non il mutare. Consegno ad ogni giorno la lettura, il musicare in vece delle vesti. Il tuo vestir di scuro come un tempo. L’esser felice di minuzie, scoprir quel che mi basta nella matita che appuntita segna o nel compasso a tracciar linea, fino a finr dov’era cominciato.

 
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